Ci sono libri che diventano casa. Che torni a sfogliare come se fossero una coperta di Linus, più per sentirne la presenza che per leggerli davvero ogni volta. Li tieni lì, sul comodino o nella testa, pronti a essere riaperti al bisogno. Novecento di Alessandro Baricco, per me, è esattamente questo: un comfort book. Talmente breve e scorrevole che si legge tutto d’un fiato, ma talmente saturo di vita che resta addosso per anni. Più che un libro, è un ritmo. Sembra di leggerlo ascoltando una melodia: le frasi scorrono come note, e quando lo richiudo ho sempre la sensazione che da qualche parte un pianoforte stia ancora suonando.

Novecento non sapeva solo suonare. “Sapeva ascoltare. E sapeva leggere. Non i libri, quelli, sono buoni tutti, sapeva leggere la gente. I segni che ognuno si porta addosso.” Forse è per questo che mi ci affeziono ogni volta: perché in quelle pagine non c’è solo la storia incredibile di un uomo nato e vissuto interamente su una nave, ma c’è il richiamo silenzioso di quelle vite che non sono la nostra, ma che, per un soffio, avrebbero potuto esserlo.

Vita sul mare, paura della terra

C’è una frase che mi trafigge sempre: “Non è quello che vidi che mi fermò. È quel che non vidi. Non c’era una fine.” Novecento, davanti alla vastità della terraferma, si blocca. Per lui, la vita è fatta di confini visibili, di tasti bianchi e neri, di corridoi che terminano sempre da qualche parte. Scendere a terra significa affrontare l’infinito. E l’infinito fa paura.

“La terra è una nave troppo grande per me. È un viaggio troppo lungo. È una donna troppo bella. È un profumo troppo forte. È una musica che non so suonare.”

Ogni volta che rileggo questa parte penso che ognuno di noi abbia una “terra” che lo spaventa. Un passo che non riesce a fare. Una scelta che resta sempre lì, tra desiderio e timore. E allora Novecento diventa anche una storia di resistenza: non di coraggio, ma di fedeltà a se stessi. Non scende, non perché non può, ma perché non vuole perdersi.

Novecento: l’identità, la coerenza fino alla fine

“Per salvarmi sono sceso dalla mia vita. Gradino dopo gradino. E ogni gradino un desiderio.” Questo è un punto in cui la storia entra sotto pelle, una macchia di inchiostro sulla carta che, una volta assorbita, non va più via. Novecento rinuncia ai desideri per non esserne divorato. Li incanta, dice. Li trasforma in musica. E in fondo è questo che fanno i libri giusti: prendono ciò che ci fa male e lo fanno risuonare fino a renderlo armonia. Novecento non scende. Non per debolezza, ma per coerenza.

Si potrebbe pensare che restare su una nave che sta per esplodere sia mancanza di libertà. E invece, per lui, è l’esatto contrario: scegliere dove finire, quando la terra è troppo grande per cominciare. Perché ci sono confini che non sono prigioni, ma identità. E lui la sua l’aveva trovata, tra un Do e un Sol, in mezzo all’oceano. E ci è rimasto fino all’ultimo.

Il libro: Novecento, Alessandro Baricco, Feltrinelli

Di Elisa Tomassoni

Sono Elisa Tomassoni, Eli per gli amici. Da sempre ho un grande amore per i libri, navi di carta che portano a esplorare luoghi nascosti dentro e fuori me stessa. Curiosa, entusiasta, sognatrice, cerco la bellezza e il sorriso nella vita. Tra le mie passioni più grandi ci sono i viaggi, i vini (sono sommelier) e i miei adorati Golden Retriever, Ulisse e Platone. Nel mio blog condivido i miei interessi e le scoperte fatte, un'isola dove conoscere, stupirsi ed emozionarsi!