Sapevo che prima o poi sarei arrivata a Holt. È un nome che ho sentito pronunciare spesso con un sospiro e, quando lo leggevo, quel sospiro sembrava incastrato tra le lettere, come un battito di cuore. È tra queste strade del Colorado che prende forma Canto della pianura, parte della Trilogia della Pianura di Kent Haruf, e con lui un coro di vite che si sfiorano, si urtano, si sorreggono.
Victoria Roubidoux, sedici anni e una gravidanza inattesa, viene lasciata sola da chi avrebbe dovuto sostenerla, ma trova riparo presso due anziani che scelgono di accoglierla. Ike e Bob, due fratelli cresciuti troppo in fretta dopo la separazione dei genitori, entrano nel suo percorso e nel nostro. Intorno a loro si muove una comunità che sembra minuscola, ma che contiene tutto: la solitudine, la gentilezza, la paura, la tenerezza di chi non si arrende. Ogni personaggio di Haruf è una piccola lanterna che illumina la pianura, e più si legge più si ha la sensazione di essere a casa.
Canto della pianura: la dolcezza della semplicità
Che cosa fa sì che ci si affezioni a queste esistenze e che ci si senta, quasi senza accorgersene, parte di Holt? Me lo sono chiesta leggendo, e credo che la risposta stia nella delicatezza con cui Haruf racconta la fatica senza mai indugiare nel dolore. Le difficoltà ci sono, eccome, ma insieme a loro arriva sempre un gesto di cura, uno spiraglio di fiducia, un modo gentile di restare al mondo
La sua scrittura è sobria, eppure calda: ti avvolge senza fare rumore. È intensa, fatta di pause, silenzi e gesti minimi che contengono più amore di mille parole. In questa semplicità si nasconde la forza del romanzo: un racconto corale in cui la dignità dell’essere umano si manifesta nei dettagli quotidiani, nella solidarietà silenziosa, nella speranza che resiste anche quando tutto sembra immobile.
Una letteratura che consola
Haruf non promette lieti fine, ma offre qualcosa di più raro: una forma di consolazione discreta, che passa attraverso la normalità e il calore dei rapporti umani. Le sue storie ci ricordano che la bontà può essere umile, che la compassione può esistere senza enfasi, e che persino la solitudine, a volte, sa diventare un luogo abitabile. Questo è solo l’inizio del mio viaggio a Holt, ma già so che non vorrò più andarmene.
Il libro: Canto della pianura, Kent Haruf, NN editore




