Raccontare un dolore così grande non è mai semplice, ma in L’invenzione della madre la scrittura nasce da una necessità profonda: dare forma a un’esperienza che altrimenti resterebbe indicibile. Il romanzo segue Mattia lungo i nove anni della malattia della madre, colpita da un tumore quando lui ha diciassette anni, attraversando il tempo della cura, della perdita e ciò che resta dopo.
«Mattia ha ventisei anni. Ne aveva diciassette quando sua madre si è scoperta ammalata. Sono trascorsi nove anni — più di cento mesi — da quel giorno. Ora lei ha cinquantaquattro anni, e li avrà per sempre.»
Fin dalle prime pagine è chiaro che non ci saranno concessioni: la fine è già dichiarata. Le frasi sono nette, essenziali, non lasciano spazio a illusioni o sospensioni. Il lettore sa fin da subito che non esiste una via di fuga, e proprio questa consapevolezza rende la narrazione così incisiva.
Il corpo malato e i dettagli quotidiani
Uno degli aspetti più forti del romanzo è l’attenzione alla dimensione concreta della malattia. L’odore acre dell’alcol denaturato usato per medicare, i gesti ripetuti, la presenza costante dei farmaci occupano lo spazio fisico e mentale dei personaggi. I ricordi, se da un lato sembrano attenuare il peso del presente, dall’altro tornano con violenza, mettendo in evidenza una vita che lentamente si svuota.
L’ultima estate “normale” è quella del 2005, definita “dolce e feroce insieme”; dopo, il racconto scivola nel tempo dell’attesa e del declino. Sono i gesti quotidiani a parlare più di tutto: le compresse di morfina riposte in un contenitore di vimini, come in altre case i cioccolatini. Dettagli minimi, ma capaci di rendere visibile il dolore e di ancorarlo alla realtà.
L’invenzione della madre, tra scrittura, lutto e sopravvivenza
Il momento della morte — dalla preparazione della salma ai saluti nella camera ardente — è raccontato con lucidità e rigore, senza enfasi superflua. Anche il tempo successivo, quello dell’assenza, viene attraversato senza attenuazioni: la sensazione di vedere la madre dove non c’è più, di cercarla in un telefono che non potrà più squillare. Stati d’animo e percezioni vengono scavati a fondo, in una narrazione limpida e profondamente dolorosa.
La forza del libro risiede nella scrittura: ritmo misurato, grande attenzione al suono delle frasi, parole che restano impresse. Marco Peano riesce a trasmettere emozioni intense senza scivolare nel patetismo, mettendo a nudo l’esperienza di un figlio costretto a dire addio alla madre troppo presto.
Mentre il mondo continua a procedere, il tempo individuale si svuota, come una clessidra che non può essere fermata:
«La parola vivere ora gli sembra più preziosa che mai, desidera mettersela in bocca e impastarla di saliva, sminuzzarla coi denti per poi deglutirla, farla sua, ingoiarla e assorbirla — non restituirla più al mondo.»
Il libro: L’invenzione della madre, Marco Peano, Minimum Fax


